domenica 9 ottobre 2011

Gatti Fantasy

Eccomi di nuovo qui - siccome adoro tutti gli animali ed in particolare i felini ed i gatti - ho pensato di fare questa aggiunta al mio Blog

I gatti stanno bene ovunque
























I gatti stanno bene ovunque e sempre!
Ma soprattutto in certe versioni fantasy
































gatti magici, misteriosi ed affascinanti



giovedì 6 ottobre 2011

Un Libro che vorrei leggere - “Elfo per metà” di Valentina Capaldi

Dal Blog Dusty pages in wonderland   http://dustypagesinwonderland.blogspot.com/

Trama:
 
È un grande problema quando una regina ha imposto su di te una maledizione che ti succhia la vita. È un grande problema quando la tua unica speranza di salvezza è un albero di dodici metri che può stritolarti con le sue radici se non gli vai a genio. È un grande problema quando i tuoi compagni hanno una scarsissima considerazione delle tue capacità. Ma, soprattutto, è un grande problema quando sei un elfo solo per metà.

       

Dal Blog True Fantasy http://truefantasyitaly.blogspot.com/

Eccovi la recensione del libro - mi piace molto 

“Gli antenati del Fantasy”: Una passeggiata tra gli alberi e i loro “spiriti”

elfo per metàQualche tempo fa, spinta dalla curiosità verso nuovi autori fantasy e dalla passione per le storie che si intrecciano attorno alla figura degli Elfi, ho letto il romanzo di  Valentina Capaldi, Elfo per metà, il primo capitolo di una saga (in corso di scrittura) che racconta la storia di Caleb, metà Elfo e metà Mago minacciato da una maledizione che solo la perfida usurpatrice Tania può annullare. Per liberarsi da questo maleficio che risucchia la sua energia vitale, Caleb deve penetrare nella città degli Elfi, dove dimora la regina Tania, per costringerla a sciogliere l’incantesimo impostogli, ma la città è difesa da una barriera magica mantenuta salda da un essere sovrannaturale e misterioso.
E così ho accompagnato Caleb alla ricerca di questa creatura “elementale”, Lifaen, il guardiano della foresta, all’apparenza (e solo all’apparenza) un enorme albero secolare pronto a stritolare tra le sue nodose radici il nostro Elfo per metà. È proprio da Lifaen che voglio partire perché è da lui che questa breve passeggiata tra alberi magici e creature a loro legate ha inizio.
Giunto nel cuore della foresta, Caleb si trova davanti a un personaggio molto diverso da come immaginava il guardiano di cui è alla ricerca: Lifaen, infatti, è un creatura molto simile a un piccolo mago, è lo spirito della quercia di dodici metri con cui il protagonista si trova a ingaggiare una lotta cruenta che ne mette alla prova le capacità. Il piccolo essere è un “elementale” che coniuga in sé vecchio e nuovo, come da tradizione, ma in modo fascinoso e divertente.
Lifaen, infatti, è piccolo e buffo, ha le fattezze simili a quelle di uno gnomo, ma il suo aspetto legnoso ricorda molto da vicino quello di un arbusto. Spiritoso e goliardico, la sua rappresentazione suscita il mio vivo interesse non solo per l’originalità della sua figura, ma anche e soprattutto per l’annosa tradizione nella quale si inserisce in modo così calamitante.
L’idea di un albero secolare che racchiude in sé la vita ha qualcosa di suggestivo e fiabesco, ma quando questa linfa vitale prende la forma di una creatura del “piccolo popolo”, di uno gnomo o di un essere sovrumano la fiaba si tinge e muta un po’ la sua fisionomia, fino ad assumere toni e contorni tipici del fantastico, un fantastico che ha radici così profonde da esortarmi a immergere la mente nei recessi della memoria, fino a recuperare le figure di driadi e ninfe in metamorfosi, come la bella Dafne amata da Apollo.
Quanti alberi e arbusti che un tempo erano ammalianti fanciulle semi-divine popolano i miti antichi! C’era un nome, per queste divinità che abitavano e custodivano gli alberi, che nascevano con essi e ai quali la loro esistenza era legata. Stiamo parlando delle Amadriadi. Il nome, secondo un’etimologia, significherebbe “coloro che vivono insieme all’albero”. Le Amadriadi erano fanciulle bellissime protettrici degli alberi che le ospitavano, ridenti alla pioggia e tristi dinanzi al danneggiamento delle loro amate cortecce. Alla morte della pianta di cui erano lo spirito, si mostravano alla vista come figure di donne in lutto, corrose dal dolore, e finivano per morire assieme all’albero con il quale erano nate e senza il quale non potevano più vivere.
Rackham fataTutte donne, le Amadriadi: figure femminili legate alla natura. Spiriti arborei di fattezze virili non appaiono nei miti e nelle storie “classiche”. Le forze maschili, in quel repertorio leggendario, sono per lo più rappresentate da Pan e dai Satiri. Lifaen, se davvero ne fosse un discendente, sarebbe un meraviglioso ibrido, spirito maschile della natura, eppure custode di un albero - anzi, dell’intera foresta - come una flessuosa Amadriade!
Certo, siamo in un territorio scosceso, sdrucciolevole, stiamo cercando antenati illustri nel mondo classico, nonostante sia noto che il fantasy affondi le sue radice nella cultura favolistica nordica e anglosassone. Ma in fondo stiamo parlando degli spiriti degli alberi in entrambi i casi! Provo a pensare chiudendo gli occhi, cerco nella mente un punto in comune, qualcosa o qualcuno che accomuni il cuore nordico del fantasy al retaggio dei “miti di natura” greco-romani. Forse ho trovato sul comodino quello a cui stavo pensando e che ancora non riuscivo a mettere a fuoco. Un libro dalla copertina purpurea. La sua origine è anglosassone, però, più che nordica, ma la storia che riporta è profondamente fantasy, con venature classicheggianti. Anche lui è un ibrido, come Lifaen! Ma il genere... Il genere letterario è anomalo per le nostre disquisizioni... Eppure è sorprendente: non un romanzo, non un racconto, ma una commedia!
Il nostro uomo dell’ibrido è uno dei più grandi drammaturghi che sia mai esistito: si tratta di William Shakespeare e la commedia in questione è La Tempesta.
Abbastanza nota l’intricata trama del dramma, alla quale farò solo un rapido accenno: Prospero, legittimo duca di Milano, ha una passione singolare: la magia. Ammaliato da questa e dai suoi amati libri, dai quali apprende le arti magiche, non si accorge delle macchinazioni di suo fratello Antonio per sottrargli il titolo di duca. Anche qui, come nella storia di Caleb, un usurpatore. Antonio si allea col re di Napoli e insieme bandiscono Prospero e sua figlia, l’allora piccola Miranda, ponendoli in un’imbarcazione di fortuna che, con l’aiuto della Provvidenza, li conduce in un’isola, un’isola sulla quale Prospero incontra Ariel, uno spirito degli alberi, imprigionato in un pino dal sortilegio della strega Sicorace. Ariel (o Ariele come nella traduzione di F. Franconeri) è uno spirito dei boschi, ed è uno spirito maschile (non ci si lasci ingannare dal nome che riecheggia note disneyane ante litteram); uno spirito legato al vento, all’aria e alla tempesta, liberato da Prospero e dunque suo servo. Molto differente, dunque, la sua posizione rispetto a Lifaen, signore della foresta e di se stesso. Ariel, al contrario, è due volte prigioniero: del tronco di pino, in primo luogo, e del mago Prospero, in secondo. Egli desidera soltanto ristabilire l’ordine e adeguare la sua condizione al suo nome: Ariele, libero e franco come l’aria. È a lui che Prospero si rivolge per scatenare una tempesta e condurre i suoi nemici nella stessa isola dove è stato relegato. Ariel pare un novello Eolo, votato alla metamorfosi e capace di trasformarsi in “ninfa del mare” e in “Cerere”, la greca Demetra, e in molte altre forme. La metamorfosi e l’albero sembrano unirsi in questo spirito shakespeariano, che riassume su di sé il ruolo teatrale del servo, tipico della commedia latina, e la figura fiabesca dell’ “aiutante magico”, che solo alla fine della commedia, dopo aver espletato l’ultimo compito impartitogli dal suo salvatore (soffiare una bonaccia che riconduca a casa i protagonisti), ritorna padrone di sé:
PROSPERO: “Ariele, mio diletto: ecco dunque cosa dovrai fare: e poi torna nell’aria ove sarai libero e felice...” (La tempesta, Atto V,1, trad. F. Franconeri)
 
Pier delle vigne
Ariel è una creatura “elementale” che in un albero si ritrova ad essere prigioniero. E se di prigionia o di castigo si parla, e di uomini imprigionati in tronchi di arbusti, l’immagine che sovviene alla mente non può che essere quella dantesca di Pier delle Vigne del XIII canto dell’Inferno. In un’intricata e fosca boscaglia, ben lontana dalla verdeggiante e profumata foresta di Lifaen, Dante-personaggio sente desolati lamenti tutt’intorno e non capisce da dove provengono, finché la sua guida, Virgilio, il poeta dell’Eneide, gli suggerisce di provare a spezzare un ramoscello tra le fronde che si aggrovigliano in questa macchia gemente.
Non linfa o rugiada stilla dal ramo, ma sangue. Dante e la sua guida si trovano nella selva dei suicidi (Inf. XIII, 31-39):
 
Allor porsi la mano un poco avante
e colsi un ramicel da un gran pruno;
e 'l tronco suo gridò: «Perché mi schiante?».
Da che fatto fu poi di sangue bruno,
ricominciò a dir: «Perché mi scerpi?
non hai tu spirto di pietade alcuno?
Uomini fummo, e or siam fatti sterpi:
ben dovrebb' esser la tua man più pia,
se state fossimo anime di serpi».
 
Le anime dei suicidi albergano negli alberi, di coloro che hanno rifiutato il corpo e per contrappasso sono intrappolati in arbusti e scuri tronchi. Allo spezzar dei rami, sangue umano gocciola dagli “sterpi” e sorprende il povero Dante. Non spiriti di boschi, ma spiriti di uomini che furono, anime dannate. Ma Dante ha un modello ben chiaro che segue puntigliosamente: quel Virgilio che lo accompagna e che, nel suo poema, scriveva la storia di un certo Polidoro, il più piccolo dei figli di Priamo, re di Troia. Nel suo lungo viaggio, Enea, fuggito dopo la caduta della sua città, approda in Tracia e qui assiste a un prodigio:
 
Mi inoltrai nel tentativo di strappare dal terreno verdeggianti virgulti per ricoprire gli altari di rami frondosi, e vedo un portento orrendo e mirabile a dirsi. Infatti dall’arbusto che per primo, divelte le radici, sradico sgorgano gocce di nero sangue e sangue corrotto macchia la terra. Un freddo brivido mi scuote le membra e gelido il sangue mi si rapprende per la paura.
(Eneide, III, 24-30)
 
Enea, come Dante secoli dopo di lui, afferra un ramoscello innocuo dal quale sgorga nero sangue (il “sangue bruno” dei versi dell’Inferno) e dall’arbusto ferito una voce si libera:
 
‘Perché, Enea, laceri uno sventurato? risparmia un uomo già sotterrato, risparmia le tue pie mani dalla contaminazione del delitto. Troia non mi generò a te estraneo né questo sangue gronda da un tronco. Ahimè, fuggi le terre crudeli, fuggi l’avida sponda: ecco, io sono Polidoro. Qui, trafitto, una ferrea messe di frecce mi coprì e crebbe di aguzzi dardi.’
(Eneide, III, 41-46)
 
 
La voce proviene dall’albero, sì, ma non si tratta del suo spirito o di un’amadriade, come all’inizio Enea, allibito, è portato a credere. Si tratta di Polidoro, il figlio minore del re Priamo, che questi inviò da un parente, Polimestore, perché si salvasse e sopravvivesse alla rovina del regno di Troia, distrutto dai Greci. Ma Polidoro porta con sé grandi tesori, e a causa di essi viene ucciso per avidità da colui che avrebbe dovuto proteggerlo; tuttavia il suo spirito sopravvive in un arbusto cresciuto sul terreno dove il suo corpo insepolto era stato abbandonato. Una storia triste e cruenta, eppure con un finale profondamente umano. Enea consegna a una dovuta sepoltura Polidoro e concede pace alla sua memoria. Anche lui, come Ariel, è finalmente libero dalla terra e dalla sua prigionia.
Non Enea, ma Virgilio salvò la memoria di Polidoro, che giunse fino a Dante, il quale la sigillò nell’episodio di Pier delle Vigne, in una commedia, molto diversa da quella shakespeariana di cui abbiamo parlato, una Commedia “Divina”, uno dei più grandi e mirabili repertori di miti e di memoria che la nostra cultura abbia prodotto.
 
 
Lavinia Scolari

mercoledì 5 ottobre 2011

FantaBestiario. Le creature dell'immaginario fantastico: Il Grifone


Erodoto (4, 13) è il primo greco che nomina i Favolosi Grifoni, i quali vengono  raffigurati generalmente con il corpo di leone, la testa e le ali d'aquila e sono dotati di quattro zampe. Furono simbolo di regalità e oggetto di culto presso Egiziani, Assiri, Ittiti, Persiani ecc.
Il grifone compariva anche nel culto di Mitra: in età romana gryphus era uno dei titoli degli iniziati a quella religione solare. Dopo Erodoto, il tema del grifone compare nel Prometeo Incatenato  (vv. 803-804) di Eschilo; uk oritagibusta duce a Io, figlia di Inaco: "Guardati dai cani non latranti di Zeus, i grifoni dal muso aguzzo".

Eliano (op. cit., IV, 27, ma vedi anche Plinio VII, 10) scrive che
essi vivono nella Battriana, regione che confina con l'India e porta
la testimonianza di Ctesia.
I grifoni custodiscono l'oro e con questo metallo costruiscono i loro nidi e mentre li stanno edificando, gli Indiani raccolgono i frammenti aurei che cadono in terra (Eliano, ibidem).
Se vengono attaccati da chi vuol portar via il loro oro, si difendono
aspramente, non per l'oro, ma per proteggere i propri figli.


Plinio (X, 136) ne mette in dubbio l'esistenza e anche quella dei cavalli pegasi: Pegasus equino capite volucres et crypas aurita aduncitate rostri fabulosos reor (Ritengo che siano animali fantastici i pegasi, uccelli dalla testa equina, e i grifoni dal becco adunco e orecchiuto9.
Isidoro8op. cit., XIII, 17) dice che i grifoni nascono sui monti Iperborei (cioè dell'estremo settentrionale) che sono molto nemici dei cavalli e che se vedono degli uomini li fanno a pezzi.

Plinio, come abbiamo visto, riteneva esseri fantastici i grifoni, e altri condividevano il suo giudizio.


Non mancavano però scrittori che credevano nella loro esistenza;
e tra questi ad es. Pomponio Mela (I sec. d.C.) il quale nella sua opera geografica Corografia (1,2) ne è profondamente convinto e ne era convinto anche san Girolamo e con lui altri autori cristiani.
Il Grifone, nella mitologia greco-romana, essendo un simbolo solare, era consacrato ad Apollo.
Nel Medioevo fu usato con valore simbolico dagli autori cristiani.
Nella sua duplice natura, di aquila e di leone, credevano di riconoscere le due nature di Cristo, quella umana e quella divina.




 Il carro trionfale descritto da Dante nel Purgatorio 
 (c. XXIX v. 108) che simboleggia quasi sicuramente la Chiesa, è    trainato da un grifone, cioè da Gesù Cristo. Il poeta che forse tenute presente Isidoro (op. cit., VII, II, 43-44) il quale scrive che il leone e l'aquila (le due nature del grifone) possono entrambi essere il simbolo di Cristo.
Il grifone appare spesso nell'iconografia dell'antico Oriente mediterraneo e soprattutto nell'arte persiana.

Ma anche a Roma non mancano monumenti con l'immagini di questo essere biforme: ad es. nel Foro di Traiano c'è un frammento di fregio che lo riproduce.
La fantasia dell'Ariosto combinando le fattezze di un cavallo con quelle del grifone, creò l'ippogrifo 
(Orlando Furioso, IV, 18)

Dal "Bestiario antico" di Francesco Maspero

Ippogrifo
 





















Ippogrifo Fierobecco da "Harry Potter"  

 
      






Altre notizie sul grifone al link sotto:
http://www.grifeo.it/Grifone.htm

martedì 4 ottobre 2011

Il Significato di Elfo

Ancora sugli Elfi - il significato del loro nome ed alcune loro peculiarità


Elfo silvano



Il Significato del loro nome


Il loro antico nome nordico è alfr e indicava i geni della mitologia nordica, simbolo delle forze dell'aria, del fuoco, della terra e dei fenomeni atmosferici in generale. Spiriti capricciosi, gli elfi, talvolta benevoli, talvolta malevoli, sono dotati di una terribile potenza. Gli elfi maschi sono spesso deformi come gli gnomi. Le loro compagne, al contrario, sono esseri graziosi. In origine pare che gli elfi siano stati concepiti come anime di defunti, poi furono venerati anche come potenze che favorivano la fecondità. Di qui la distinzione, nella mitologia nordica, fra Dokkalfar, "elfi delle tenebre", e Liosalfar, "elfi della luce".In genere vengono considerati come spiritelli che popolano la natura. Belli quelli che abitano fra il cielo e la terra, oscuri e neri (gnomi) quelli residenti nei boschi e nelle caverne e che sono concepiti come nani con figura umana, in grado però di trasformarsi. I romanzi di J.R.R. Tolkien e molti altri dopo di lui hanno dato, nell'ultimo secolo, un volto e un'anima nuova agli elfi, visti come esseri leggiadri di enorme bellezza, spesso freddi e alteri.

                                     
                                    
                                           

In Origine gli Elfi erano ............

Gli Elfi sono creature pacifiche che amano gli esseri umani, e spesso decidono di vivere accanto a loro. Gli esseri umani però non vedranno mai gli Elfi, a meno che questi non lo vogliano, poichè non soltanto possono vedere gli uomini, ma anche palesarsi e rendersi visibili ad essi. Esistono diversi tipi di Elfi, quelli della Luce, del crepuscolo e delle tenebre. ~Gli Elfi della Luce: sono creature benigne e positive, sono aggraziati, portano coroncine di fiori sulla testa e sono dotati di una grande sapienza. Vivono volentieri con gli umani, ai quali insegnano molti segreti della natura. ~Gli Elfi dell'Oscurità: sono i Signori della Terra, sono scuri di carnagione e hanno capelli neri, vivono nelle foreste o in cunicoli sotterranei e portano i sogni. Alcuni sono maligni, ma per la maggior parte sono molto dolci e collaborano con gli esseri umani che vivono in montagna, consentendo loro di trovare tesori nascosti e aiutando coloro che si sono smarriti, ~Gli Elfi del Crepuscolo: sono creature diffuse ovunque, cavalcano gli ultimi raggi di sole e fanno venire nostalgia a chi è lontano da casa. Tutti gli Elfi amano moltissimo ballare e cantare, e soprattutto nelle notti estive di luna piena, si radunano con le Fate ai margini dei boschi, in luoghi coperti da muschio. Alcuni cantano, altri suonano e tutti ballano tenendosi per mano, in cerchio. Se però dovesse arrivare qualcuno non desiderato si tramutano in lucciole per non farsi scoprire. Questo a seguito della crudeltà che alcune persone hanno avuto nei loro confronti e hanno fatto si che essi non abitassero più fra gli umani ma nella Terra di mezzo, un luogo al di là del tempo e dello spazio che però è in comunicazione con la Terra degli Uomini. Infatti vi sono dei punti che consentono di passare tra i monti, e si trovano nelle colline e nei tumuli, nei pressi dei cerchi di pietre. Queste porte sono facilmente riconoscibili perchè vi cresce il biancospino, la pianta magica del piccolo popolo. Nella Terra di Mezzo la stirpe degli Elfi viene chiamata " sidhe ", che significa Popolo delle Colline. A seconda dei paesi che hanno deciso di abitare, le famiglie degli Elfi si sono date un nome. in Scozia si chiamano Brownie, in Irlanda si chiamano Cluricaune, in Germania Coboldi e in Inghilterra Gobelin. Inoltre esistono Elfi dei Monti, dell'Acqua e della Foresta . Si chiamano così a seconda dell'ambiente naturale in cui vivono.

Un Libro che vorrei leggere - “Drak’kast - Storie di draghi” di Fabrizio Corselli

Sempre dal Blog Truefantasy :  http://truefantasyitaly.blogspot.com/  ecco la recensione on-line

Prima di trovarlo in questo Blog lo avevo già trovato on-line in altri posti ed avevo letto un poco la storia che devo dire mi attira molto. 

Direi tanti complimenti all'autore anche se non ho ancora letto il libro me lo immagino e penso che se lo trovo lo comprerò .......... se lo trovo perchè questa è una casa editrice mi pare di Padova - non la ho mai sentita ne ho visto nelle librerie a Milano suoi libri ....

Comunque consiglio per gli amanti degli Elfi e del Fantasy ............ io vorrei leggerlo !

Recensione: “Drak’kast - Storie di draghi” di Fabrizio Corselli










Drak’kast racconta la storia e le gesta di un drago metamorfosato in un elfo cantore, Elkodyas, e della sua avventura nella foresta dal cuore di Smeraldo, ma anche e soprattutto del rapporto inconsueto tra due razze fantastiche, Elfi e Draghi, nel quale si inseriscono bardi e cantori, guerrieri e creature favolose e fatate.
L’opera ha dunque uno spunto davvero originale, pur nella ripresa di modelli autorevoli, non solo il fecondissimo Tolkien, da Il Silmarillion all’ultimo La leggenda di Sigurd e Gudrun, ma anche i poemi classici e quelli cavallereschi, nonché il Beowulf, Il Cantar dei Nibelunghi e l’Edda di cui si sente la conoscenza.
La terra creata da questo scrittore-demiurgo è ricca e piena di creature tipiche dei “memorabilia”, capaci cioè di destare meraviglia e incanto, per le quali Corselli costruisce dinastie, leggende, fisionomie specifiche e nomi, nomi che ricordano l’elfico inventato da Tolkien, ma che di certo risentono anche di qualche sentore delle antiche lingue di ceppo germanico e del greco antico, presente, ad esempio, nei nomi di due creature della luce e del buio: Emera (in greco antico “giorno”) ed Espera (in gr. antico “sera”). Le ninfe, le driadi, gli elfi silvani, gli aedi, il riferimento analogico ai satiri, sono tutti spie dell’esigenza dell’autore di attingere a piene mani al repertorio del mito e della tradizione classica, ma Corselli non si limita a questo: vi unisce, infatti, in modo convincente, il serbatoio mitico nordico, non solo per la figura centrale dei draghi, ma anche per i riferimenti ai druidi, ai nani, agli elfi stessi, e ad alcune divinità, assai vicine agli Asi nordici e non distanti dai Valar tolkieniani.
Tra le creature fatate e arcane, un ruolo interessante ha l’Unicorno dell’Aria, Alkagyrre, cui viene affidato un potere piuttosto “moderno” per un poema fantastico che ripiega spesso (anche a livello linguistico e stilistico) nell’antichità: la capacità di teletrasportarsi. Siamo nel cuore di una coraggiosa e accattivante sperimentazione, dove questo tratto “anacronistico” riesce a non stridere con l’atmosfera di un tempo leggendario e ovattato. L’uso della parola è la grande risorsa di questo autore, una parola semplice, che accosta spesso in coppie insolubili l’aggettivo al suo nome e crea versi musicali e dolci, piani e non difficili da decifrare, con una patina di arcaicità che proietta nel suo mondo favoloso.
Un tema portante è quello della musica. Il liuto diventa uno strumento di creazione e intervento nel reale, un’arma magica e divina al tempo stesso, e il canto si fa custode di memoria e di leggenda, unendo in sé la tradizione omerico-classica con quella nordica.
La cornice in prosa introduce il lettore nella sua sezione poetica centrale, accompagnando il cammino di un giovane elfo e del suo stupore per il canto e le leggende che si accinge a raccontare. Il lettore tende così a immedesimarsi in questo elfo dell’incipit, e diventa lui stesso quell’elfo che con stupore e attenzione ascolta il “canto scritto” di Corselli e delle sue storie.
Il poema, in versi sciolti, è il cuore della scrittura, una poesia leggera e agile, con richiami e citazioni a volte trasparenti (spicca fra queste il “ratto s’apprende” del v.), altre volte vicina ai modelli cari allo scrittore e profondamente rielaborati. Le frequenti similitudini, che si protraggono per più di due versi, a volte per un’intera strofa, fanno riecheggiare alla mente il ricordo degli stilemi omerici.
Non si pensi però che la lettura sia difficile e pesante. Certo, lo stile proprio dei poemi e la particolare forma di narrazione ch’essi costituiscono richiedono una certa attenzione e presenza del lettore, tuttavia l’appendice di chiusura costituisce una bussola orientativa importante tra i nomi e le stirpi forgiati dalla fantasia dell’autore.
Sarebbe interessante, alla luce del complesso e coerente universo fantastico creato da Corselli, leggere un romanzo che sfrutti questo mondo già creato e consolidato, e che sembra pronto e maturo per una scrittura romanzesca, di certo meno “sperimentale e originale”, ma capace di promettere, viste le premesse, grandi esiti letterari. Lo si nota dalla lettura delle Appendici: provate a leggerle dopo aver letto il poema, o anche prima di esso; dentro c’è racchiusa in nuce tutta la storia, che attende solo di essere sviluppata in nuove opere che raccontino ancora di questo originale e riuscito universo fantastico.
 
Titolo: Drak’kast. Storie di draghi | Autore: Fabrizio Corselli | Brossura 220 pp. | Editore: Edizioni della Sera (collana Spade d'inchiostro)

Lavinia Scolari

lunedì 3 ottobre 2011

FantaBestiario. Le creature dell'immaginario fantastico: Il Drago

Per la Seconda volta, dal Blog True Fantasy   http://truefantasyitaly.blogspot.com/  ho ripresto punto per punto questo post su uno degli animali fantastici più conosciuti

Il Drago è una delle mie creature fantastiche preferite !?!!

FantaBestiario. Le creature dell'immaginario fantastico: Il Drago

dragon_thumb[2] Dopo la lunga pausa estiva, ritorniamo con una nuova rubrica che guarda al passato nel tentativo di farlo dialogare con il presente della nostra letteratura fantasy e fantastica. Stavolta, a partire da un’idea di Alessandro Iascy, abbiamo pensato di trattare la storia mitologica e letteraria delle creature fantastiche che popolano racconti, romanzi e folklore dall’antichità a oggi. Come sempre non procederemo in modo sistematico o troppo rigoroso, ma avanzeremo nella selva di suggestioni e immagini dei bestiari fantastici, lasciandoci trasportare dalla nostra voglia di scoprire e incuriosire. Cercheremo così di accompagnarvi, a ogni appuntamento, in un universo antico e sfuggente, dal quale cogliere curiosità, aneddoti, rappresentazioni e leggende.
Apriamo la nostra rubrica  con la creatura dell’immaginario fantasy per antonomasia: il Drago. Come ricorderete, abbiamo già avuto modo di parlare di alcune caratteristiche di questo animale fantastico in un articolo dell’anno scorso (Il Drago, l’Orco e il Balrog: creature della contaminazione). Partiamo dunque da quel primo approccio.
Tim Hildebrandt - Smaug le dragon (2)Per scoprire la natura di un essere, è importante domandarsi il significato del suo nome. Ebbene, il termine drago deriva dal greco antico drakon e si basa sulla radice di un verbo, derkomai, che significa “avere un determinato sguardo”. Noto anche agli Egizi e agli altri popoli medio-orientali, il suo nome in italiano deriva dal quello che i Greci, e i Romani dopo di loro, hanno veicolato fino a noi. Il drago, nell’immaginario ellenico, indica una creatura che ha uno sguardo particolare, capace di colpire profondamente colui che ne è oggetto; uno sguardo calamitante e pietrificante, che gli è valso anche il soprannome di “veggente”. Ma in primo luogo per gli antichi Greci il drakon era un serpente: qualsiasi rettile, non necessariamente mostruoso e di certo reale poteva essere individuato da questo nome. Il mito, però, serba memoria di alcuni “draghi” mostruosi, esseri marini, dapprincipio, enormi serpenti d’acqua capaci di stritolare arcuando le loro viscide volute. E quello che accade nel mito di Laocoonte, durante l’assedio di Troia. Il sacerdote in questione si oppone alla decisione degli altri Troiani di accogliere in città il cavallo di legno, nel cui ventre si nascondono i nemici. Ma ecco che, dal mare, emergono due mostruosi serpenti che si dirigono minacciosi verso Laocoonte e i suoi figli. Virgilio nell’Eneide (Libro II, 210 ss.) li descrive come enormi e viscidi, con occhi ardenti iniettati di sangue e di fuoco, e spirali che secernono sangue corrotto e nero veleno.
Siamo ancora lontani dalla descrizione dei draghi terrestri o celesti, tuttavia l’elemento del fuoco e del veleno sembra essere un tratto ricorrente di queste creature.
Col tempo esso acquisisce una fisionomia ben precisa e “ibrida”: metà rettile metà uccello, provvisto di grandi e nerborute ali e di possenti artigli. Spesso pluricefalo, cioè a più teste, come il drago azzurro inciso nello scudo di Achille (Iliade XI) o Ladone, il drago custode dei pomi d’oro del giardino delle Esperidi che Ercole uccise portando a compimento una delle sue fatiche. Un autore latino, Plinio il Vecchio, dedica alcuni paragrafi della sua Storia Naturale al drago, alle credenze sulle sue specificità naturali e sui rimedi che si potevano ottenere dalla sua carne o da alcune parti del suo corpo, unguenti o preparati capaci di rendere invincibili gli esseri mortali.
Black Dragon Un altro mito greco ci racconta la storia di alcuni denti di drago seminati nel terreno che fecero spuntare dei guerrieri piccoli, ma feroci; e del drago custode del vello d’oro, che Giasone addormentò con una pozione magica fornitagli da Medea. Ma forse il più celebre fra questi mostri è Pitone, enorme drago, più vicino a un serpente grandioso, generato dalla Terra, che attaccò la dea Latona, incinta di Febo. Questi lo uccise appena nato e sui suoi resti, seppelliti sotto le fondamenta del tempio di Delfi, istituì i Giochi Pitici.
Ma il drago è anche una creatura del medioevo e delle sue leggende. Nei bestiari fantastici e nelle storie leggendarie ne esistono di tipi e di colori diversi: rosso, nero, bianco sono le sfumature più celebri, ma spesso le diversità cromatica si riconduce a diverse varietà di metalli o di pietre preziose di cui si dice siano composte le loro scaglie: e dunque ecco i draghi dalle scaglie d’oro o d’argento, di rubino o di ametista. Queste specie differenti si distanziano anche per differenti poteri e capacità.
dragonUno loro specificità comune è quello di essere mostri lucenti, in relazione con la visibilità e il fuoco, e legati in qualche modo alla ragione e alla natura umana. Alcuni di essi, infatti, vengono descritti come creature in grado di parlare o di comunicare con determinati uomini. Altri draghi, invece, sono capaci di metamorfosi, al punto da trasformarsi all’occorrenza in giovani valorosi o in affascinanti fanciulle.
Nell’Occidente medievale il drago diventa l’antagonista privilegiato del cavaliere valoroso: creatura mostruosa, e dunque malvagia, spesso demoniaca, custode di tesori o di vergini rapite, esso incarna il male nelle sue simbologie: il fuco infero, il veleno, la morte, la mostruosità, la violenza e la distruzione.
drago cinese Ben diversa invece la raffigurazione del Drago Cinese, chiamato anche lung. Esso è uno degli animali magici delle credenze di questo grande popolo, accanto alla fenice, alla tartaruga e all’unicorno. Simboleggia una divinità luminosa e celeste, quasi angelica, ma forte e terribile, alla quale per secoli venne ricondotta la figura dell’Imperatore. Il drago infatti non era soltanto stemma imperiale, ma anche attributo del trono, e si diceva che il viso dell’imperatore fosse il viso del Drago. Fu proprio un drago a emergere dal Fiume Giallo e rivelare a un imperatore il famoso diagramma a forma circolare, bianco e nero, che costituisce l’unione dei due principi base, dello Yin e dello Yang. Di quest’ultimo è simbolo, assieme al cielo, all’uomo, all’azzurro e alle montagne, anche il drago.
Il carattere celeste di questa creatura nelle leggende cinesi lo accomuna alle nuvole e alla pioggia; quest’ultima, veniva indicata dal popolo con un’espressione che in italiano suonerebbe pressappoco così: “la terra si unisce al drago”.
La rappresentazione fisica del lung è un po’ difforme da quella del drago occidentale: esso è provvisto di ali artigli e squame, ma anche di corna e di aculei lungo la schiena, e infine ha un attributo specifico, nel quale è racchiuso tutto il suo potere: una perla. Le sue raffigurazioni lo ritraggono infatti nell’atto di inghiottirla o di sputarla.
Borges riporta una breve aneddoto cinese su questo fascinoso animale fantastico:
“Un uomo tenace, in capo a tre anni d’improba applicazione, s’impadronì dell’arte di uccidere draghi; e, in tutto il resto dei suoi giorni, non trovò una sola occasione di esercitarla.”

DragonLavinia Scolari

La Magia Elfica

Gli Elfi come è risaputo posseggono una forte magia bianca che gli è propria e che usano solamente per il bene.
Normalmente la loro magia è strettamente correlata con il potere della terra dei fiumi, dei laghi e delle forze naturali tutte.

Religione e magia

Gli elfi sono i prescelti di Armia e nella Dea ripongono fiducia e devozione. Nonostante
tutto guardano con rispetto e saggezza tutte le divinità comprendendone l’importanza e
l’equilibrio. Per questa ragione tra gli elfi ci sono anche dei saggi devoti ad Yrcol. L’innata
natura magia degli elfi li rende particolarmente portati per la magia, non solo di sangue ma
anche di controllo. Tra le loro file non è insolito trovare maghi potenti dotti. Gli elfi hanno
un’innata capacità nell’incantare gli oggetti.
Un personaggio elfo mago deve scegliere se utilizzare la magia di controllo o quella di
sangue. Nel caso scelga quella di sangue dovrà scegliere se seguire la via di Armia o
quella di Yrcol.


Magia

Gli elfi considerano il Respiro Arcano come la quintessenza della natura, il potere ancestrale,
l'elemento primario che conferisce vita e consistenza a tutti gli altri elementi, la linfa che scorre
in tutta Terraferma, sia negli oggetti che negli esseri viventi: non c’è un solo elfo che non sia
portato a sentirlo dentro e fuori di sé, e questo spiega perché la conoscenza e la manipolazione
della magia sia per loro una strada intrapresa spesso e volentieri. In ogni caso gli elfi se hanno

imparato a rispettare e onorare il potere del Respiro Arcano, che non temono, a meno che non
sia incanalato da mani sbagliate o inesperte. Per questo motivo non sono indulgenti con coloro
che manipolano la magia per diletto o per ambizione, senza rispettarla. 


Il Libro degli incantesimi



Elfo Mago


La magia degli Elfi è invece più che altro rappresentativa del potere della Natura al suo stato primordiale, raffinato però, attraverso una lunga tradizione che ha reso la magia della Creazione Naturale una forma d’Arte, secondo la concezione di Tolkien. Gli Elfi sono tra gli esseri più vicini a Madre Natura, e serbano inoltre memoria di tutta la più antica tradizione della Terra di Mezzo. La lontananza dal resto della civiltà, nonché l’aura di mistero che si è creata intorno a loro, li rende esseri magici agli occhi degli altri abitanti delle Terre di Mezzo. Tuttavia loro per primi negano che esista una magia elfica, quasi schernendosi con un “…questo è ciò che il vostro popolo chiama magia…” E, in effetti, gli Elfi non se ne escono mai con trucchi mirabolanti, da baraccone: la loro magia è una commistione di antiche conoscenze e compassata saggezza, che elargiscono solo a chi ritengono degno........

giovedì 29 settembre 2011

Gli Elfi ed i rapporti con gli animali

Gli Elfi e gli animali

I loro rifugi sono meravigliose costruzioni di legna e pietra che formano un tutt'uno con la natura. 



Gli elfi sentono un profondo legame con la terra e gli animali. Molti elfi scoprono più tardi di altri questi richiami ma normalmente il loro primo impulso é quello di unione con la natura.


 
 





Vestono con tessuti e gioielli di rara bellezza e delicatezza che riprendono le forme degli alberi, degli animali, delle foglie e dell'acqua. Amano i colori sgargianti dei fiori e delle foresta. La loro vita é lunghissima, paragonabile a quella di molti alberi secolari. 
In realtà le leggende vogliono che alla loro morte, gli elfi si trasformino proprio in questi alberi destinati a diventare antichi guardiani della foresta. 



Amano stare all’aperto e raramente si trovano a disagio per questioni legate al clima, sia esso torrido, glaciale o umido.
Alcuni elfi possono sviluppare una sorta di empatia con gli animali oppure riescono ad interagire con la memoria di alcuni vecchi alberi, ma si tratta di pratiche molto rare.