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giovedì 6 ottobre 2011

Un Libro che vorrei leggere - “Elfo per metà” di Valentina Capaldi

Dal Blog Dusty pages in wonderland   http://dustypagesinwonderland.blogspot.com/

Trama:
 
È un grande problema quando una regina ha imposto su di te una maledizione che ti succhia la vita. È un grande problema quando la tua unica speranza di salvezza è un albero di dodici metri che può stritolarti con le sue radici se non gli vai a genio. È un grande problema quando i tuoi compagni hanno una scarsissima considerazione delle tue capacità. Ma, soprattutto, è un grande problema quando sei un elfo solo per metà.

       

Dal Blog True Fantasy http://truefantasyitaly.blogspot.com/

Eccovi la recensione del libro - mi piace molto 

“Gli antenati del Fantasy”: Una passeggiata tra gli alberi e i loro “spiriti”

elfo per metàQualche tempo fa, spinta dalla curiosità verso nuovi autori fantasy e dalla passione per le storie che si intrecciano attorno alla figura degli Elfi, ho letto il romanzo di  Valentina Capaldi, Elfo per metà, il primo capitolo di una saga (in corso di scrittura) che racconta la storia di Caleb, metà Elfo e metà Mago minacciato da una maledizione che solo la perfida usurpatrice Tania può annullare. Per liberarsi da questo maleficio che risucchia la sua energia vitale, Caleb deve penetrare nella città degli Elfi, dove dimora la regina Tania, per costringerla a sciogliere l’incantesimo impostogli, ma la città è difesa da una barriera magica mantenuta salda da un essere sovrannaturale e misterioso.
E così ho accompagnato Caleb alla ricerca di questa creatura “elementale”, Lifaen, il guardiano della foresta, all’apparenza (e solo all’apparenza) un enorme albero secolare pronto a stritolare tra le sue nodose radici il nostro Elfo per metà. È proprio da Lifaen che voglio partire perché è da lui che questa breve passeggiata tra alberi magici e creature a loro legate ha inizio.
Giunto nel cuore della foresta, Caleb si trova davanti a un personaggio molto diverso da come immaginava il guardiano di cui è alla ricerca: Lifaen, infatti, è un creatura molto simile a un piccolo mago, è lo spirito della quercia di dodici metri con cui il protagonista si trova a ingaggiare una lotta cruenta che ne mette alla prova le capacità. Il piccolo essere è un “elementale” che coniuga in sé vecchio e nuovo, come da tradizione, ma in modo fascinoso e divertente.
Lifaen, infatti, è piccolo e buffo, ha le fattezze simili a quelle di uno gnomo, ma il suo aspetto legnoso ricorda molto da vicino quello di un arbusto. Spiritoso e goliardico, la sua rappresentazione suscita il mio vivo interesse non solo per l’originalità della sua figura, ma anche e soprattutto per l’annosa tradizione nella quale si inserisce in modo così calamitante.
L’idea di un albero secolare che racchiude in sé la vita ha qualcosa di suggestivo e fiabesco, ma quando questa linfa vitale prende la forma di una creatura del “piccolo popolo”, di uno gnomo o di un essere sovrumano la fiaba si tinge e muta un po’ la sua fisionomia, fino ad assumere toni e contorni tipici del fantastico, un fantastico che ha radici così profonde da esortarmi a immergere la mente nei recessi della memoria, fino a recuperare le figure di driadi e ninfe in metamorfosi, come la bella Dafne amata da Apollo.
Quanti alberi e arbusti che un tempo erano ammalianti fanciulle semi-divine popolano i miti antichi! C’era un nome, per queste divinità che abitavano e custodivano gli alberi, che nascevano con essi e ai quali la loro esistenza era legata. Stiamo parlando delle Amadriadi. Il nome, secondo un’etimologia, significherebbe “coloro che vivono insieme all’albero”. Le Amadriadi erano fanciulle bellissime protettrici degli alberi che le ospitavano, ridenti alla pioggia e tristi dinanzi al danneggiamento delle loro amate cortecce. Alla morte della pianta di cui erano lo spirito, si mostravano alla vista come figure di donne in lutto, corrose dal dolore, e finivano per morire assieme all’albero con il quale erano nate e senza il quale non potevano più vivere.
Rackham fataTutte donne, le Amadriadi: figure femminili legate alla natura. Spiriti arborei di fattezze virili non appaiono nei miti e nelle storie “classiche”. Le forze maschili, in quel repertorio leggendario, sono per lo più rappresentate da Pan e dai Satiri. Lifaen, se davvero ne fosse un discendente, sarebbe un meraviglioso ibrido, spirito maschile della natura, eppure custode di un albero - anzi, dell’intera foresta - come una flessuosa Amadriade!
Certo, siamo in un territorio scosceso, sdrucciolevole, stiamo cercando antenati illustri nel mondo classico, nonostante sia noto che il fantasy affondi le sue radice nella cultura favolistica nordica e anglosassone. Ma in fondo stiamo parlando degli spiriti degli alberi in entrambi i casi! Provo a pensare chiudendo gli occhi, cerco nella mente un punto in comune, qualcosa o qualcuno che accomuni il cuore nordico del fantasy al retaggio dei “miti di natura” greco-romani. Forse ho trovato sul comodino quello a cui stavo pensando e che ancora non riuscivo a mettere a fuoco. Un libro dalla copertina purpurea. La sua origine è anglosassone, però, più che nordica, ma la storia che riporta è profondamente fantasy, con venature classicheggianti. Anche lui è un ibrido, come Lifaen! Ma il genere... Il genere letterario è anomalo per le nostre disquisizioni... Eppure è sorprendente: non un romanzo, non un racconto, ma una commedia!
Il nostro uomo dell’ibrido è uno dei più grandi drammaturghi che sia mai esistito: si tratta di William Shakespeare e la commedia in questione è La Tempesta.
Abbastanza nota l’intricata trama del dramma, alla quale farò solo un rapido accenno: Prospero, legittimo duca di Milano, ha una passione singolare: la magia. Ammaliato da questa e dai suoi amati libri, dai quali apprende le arti magiche, non si accorge delle macchinazioni di suo fratello Antonio per sottrargli il titolo di duca. Anche qui, come nella storia di Caleb, un usurpatore. Antonio si allea col re di Napoli e insieme bandiscono Prospero e sua figlia, l’allora piccola Miranda, ponendoli in un’imbarcazione di fortuna che, con l’aiuto della Provvidenza, li conduce in un’isola, un’isola sulla quale Prospero incontra Ariel, uno spirito degli alberi, imprigionato in un pino dal sortilegio della strega Sicorace. Ariel (o Ariele come nella traduzione di F. Franconeri) è uno spirito dei boschi, ed è uno spirito maschile (non ci si lasci ingannare dal nome che riecheggia note disneyane ante litteram); uno spirito legato al vento, all’aria e alla tempesta, liberato da Prospero e dunque suo servo. Molto differente, dunque, la sua posizione rispetto a Lifaen, signore della foresta e di se stesso. Ariel, al contrario, è due volte prigioniero: del tronco di pino, in primo luogo, e del mago Prospero, in secondo. Egli desidera soltanto ristabilire l’ordine e adeguare la sua condizione al suo nome: Ariele, libero e franco come l’aria. È a lui che Prospero si rivolge per scatenare una tempesta e condurre i suoi nemici nella stessa isola dove è stato relegato. Ariel pare un novello Eolo, votato alla metamorfosi e capace di trasformarsi in “ninfa del mare” e in “Cerere”, la greca Demetra, e in molte altre forme. La metamorfosi e l’albero sembrano unirsi in questo spirito shakespeariano, che riassume su di sé il ruolo teatrale del servo, tipico della commedia latina, e la figura fiabesca dell’ “aiutante magico”, che solo alla fine della commedia, dopo aver espletato l’ultimo compito impartitogli dal suo salvatore (soffiare una bonaccia che riconduca a casa i protagonisti), ritorna padrone di sé:
PROSPERO: “Ariele, mio diletto: ecco dunque cosa dovrai fare: e poi torna nell’aria ove sarai libero e felice...” (La tempesta, Atto V,1, trad. F. Franconeri)
 
Pier delle vigne
Ariel è una creatura “elementale” che in un albero si ritrova ad essere prigioniero. E se di prigionia o di castigo si parla, e di uomini imprigionati in tronchi di arbusti, l’immagine che sovviene alla mente non può che essere quella dantesca di Pier delle Vigne del XIII canto dell’Inferno. In un’intricata e fosca boscaglia, ben lontana dalla verdeggiante e profumata foresta di Lifaen, Dante-personaggio sente desolati lamenti tutt’intorno e non capisce da dove provengono, finché la sua guida, Virgilio, il poeta dell’Eneide, gli suggerisce di provare a spezzare un ramoscello tra le fronde che si aggrovigliano in questa macchia gemente.
Non linfa o rugiada stilla dal ramo, ma sangue. Dante e la sua guida si trovano nella selva dei suicidi (Inf. XIII, 31-39):
 
Allor porsi la mano un poco avante
e colsi un ramicel da un gran pruno;
e 'l tronco suo gridò: «Perché mi schiante?».
Da che fatto fu poi di sangue bruno,
ricominciò a dir: «Perché mi scerpi?
non hai tu spirto di pietade alcuno?
Uomini fummo, e or siam fatti sterpi:
ben dovrebb' esser la tua man più pia,
se state fossimo anime di serpi».
 
Le anime dei suicidi albergano negli alberi, di coloro che hanno rifiutato il corpo e per contrappasso sono intrappolati in arbusti e scuri tronchi. Allo spezzar dei rami, sangue umano gocciola dagli “sterpi” e sorprende il povero Dante. Non spiriti di boschi, ma spiriti di uomini che furono, anime dannate. Ma Dante ha un modello ben chiaro che segue puntigliosamente: quel Virgilio che lo accompagna e che, nel suo poema, scriveva la storia di un certo Polidoro, il più piccolo dei figli di Priamo, re di Troia. Nel suo lungo viaggio, Enea, fuggito dopo la caduta della sua città, approda in Tracia e qui assiste a un prodigio:
 
Mi inoltrai nel tentativo di strappare dal terreno verdeggianti virgulti per ricoprire gli altari di rami frondosi, e vedo un portento orrendo e mirabile a dirsi. Infatti dall’arbusto che per primo, divelte le radici, sradico sgorgano gocce di nero sangue e sangue corrotto macchia la terra. Un freddo brivido mi scuote le membra e gelido il sangue mi si rapprende per la paura.
(Eneide, III, 24-30)
 
Enea, come Dante secoli dopo di lui, afferra un ramoscello innocuo dal quale sgorga nero sangue (il “sangue bruno” dei versi dell’Inferno) e dall’arbusto ferito una voce si libera:
 
‘Perché, Enea, laceri uno sventurato? risparmia un uomo già sotterrato, risparmia le tue pie mani dalla contaminazione del delitto. Troia non mi generò a te estraneo né questo sangue gronda da un tronco. Ahimè, fuggi le terre crudeli, fuggi l’avida sponda: ecco, io sono Polidoro. Qui, trafitto, una ferrea messe di frecce mi coprì e crebbe di aguzzi dardi.’
(Eneide, III, 41-46)
 
 
La voce proviene dall’albero, sì, ma non si tratta del suo spirito o di un’amadriade, come all’inizio Enea, allibito, è portato a credere. Si tratta di Polidoro, il figlio minore del re Priamo, che questi inviò da un parente, Polimestore, perché si salvasse e sopravvivesse alla rovina del regno di Troia, distrutto dai Greci. Ma Polidoro porta con sé grandi tesori, e a causa di essi viene ucciso per avidità da colui che avrebbe dovuto proteggerlo; tuttavia il suo spirito sopravvive in un arbusto cresciuto sul terreno dove il suo corpo insepolto era stato abbandonato. Una storia triste e cruenta, eppure con un finale profondamente umano. Enea consegna a una dovuta sepoltura Polidoro e concede pace alla sua memoria. Anche lui, come Ariel, è finalmente libero dalla terra e dalla sua prigionia.
Non Enea, ma Virgilio salvò la memoria di Polidoro, che giunse fino a Dante, il quale la sigillò nell’episodio di Pier delle Vigne, in una commedia, molto diversa da quella shakespeariana di cui abbiamo parlato, una Commedia “Divina”, uno dei più grandi e mirabili repertori di miti e di memoria che la nostra cultura abbia prodotto.
 
 
Lavinia Scolari

martedì 4 ottobre 2011

Un Libro che vorrei leggere - “Drak’kast - Storie di draghi” di Fabrizio Corselli

Sempre dal Blog Truefantasy :  http://truefantasyitaly.blogspot.com/  ecco la recensione on-line

Prima di trovarlo in questo Blog lo avevo già trovato on-line in altri posti ed avevo letto un poco la storia che devo dire mi attira molto. 

Direi tanti complimenti all'autore anche se non ho ancora letto il libro me lo immagino e penso che se lo trovo lo comprerò .......... se lo trovo perchè questa è una casa editrice mi pare di Padova - non la ho mai sentita ne ho visto nelle librerie a Milano suoi libri ....

Comunque consiglio per gli amanti degli Elfi e del Fantasy ............ io vorrei leggerlo !

Recensione: “Drak’kast - Storie di draghi” di Fabrizio Corselli










Drak’kast racconta la storia e le gesta di un drago metamorfosato in un elfo cantore, Elkodyas, e della sua avventura nella foresta dal cuore di Smeraldo, ma anche e soprattutto del rapporto inconsueto tra due razze fantastiche, Elfi e Draghi, nel quale si inseriscono bardi e cantori, guerrieri e creature favolose e fatate.
L’opera ha dunque uno spunto davvero originale, pur nella ripresa di modelli autorevoli, non solo il fecondissimo Tolkien, da Il Silmarillion all’ultimo La leggenda di Sigurd e Gudrun, ma anche i poemi classici e quelli cavallereschi, nonché il Beowulf, Il Cantar dei Nibelunghi e l’Edda di cui si sente la conoscenza.
La terra creata da questo scrittore-demiurgo è ricca e piena di creature tipiche dei “memorabilia”, capaci cioè di destare meraviglia e incanto, per le quali Corselli costruisce dinastie, leggende, fisionomie specifiche e nomi, nomi che ricordano l’elfico inventato da Tolkien, ma che di certo risentono anche di qualche sentore delle antiche lingue di ceppo germanico e del greco antico, presente, ad esempio, nei nomi di due creature della luce e del buio: Emera (in greco antico “giorno”) ed Espera (in gr. antico “sera”). Le ninfe, le driadi, gli elfi silvani, gli aedi, il riferimento analogico ai satiri, sono tutti spie dell’esigenza dell’autore di attingere a piene mani al repertorio del mito e della tradizione classica, ma Corselli non si limita a questo: vi unisce, infatti, in modo convincente, il serbatoio mitico nordico, non solo per la figura centrale dei draghi, ma anche per i riferimenti ai druidi, ai nani, agli elfi stessi, e ad alcune divinità, assai vicine agli Asi nordici e non distanti dai Valar tolkieniani.
Tra le creature fatate e arcane, un ruolo interessante ha l’Unicorno dell’Aria, Alkagyrre, cui viene affidato un potere piuttosto “moderno” per un poema fantastico che ripiega spesso (anche a livello linguistico e stilistico) nell’antichità: la capacità di teletrasportarsi. Siamo nel cuore di una coraggiosa e accattivante sperimentazione, dove questo tratto “anacronistico” riesce a non stridere con l’atmosfera di un tempo leggendario e ovattato. L’uso della parola è la grande risorsa di questo autore, una parola semplice, che accosta spesso in coppie insolubili l’aggettivo al suo nome e crea versi musicali e dolci, piani e non difficili da decifrare, con una patina di arcaicità che proietta nel suo mondo favoloso.
Un tema portante è quello della musica. Il liuto diventa uno strumento di creazione e intervento nel reale, un’arma magica e divina al tempo stesso, e il canto si fa custode di memoria e di leggenda, unendo in sé la tradizione omerico-classica con quella nordica.
La cornice in prosa introduce il lettore nella sua sezione poetica centrale, accompagnando il cammino di un giovane elfo e del suo stupore per il canto e le leggende che si accinge a raccontare. Il lettore tende così a immedesimarsi in questo elfo dell’incipit, e diventa lui stesso quell’elfo che con stupore e attenzione ascolta il “canto scritto” di Corselli e delle sue storie.
Il poema, in versi sciolti, è il cuore della scrittura, una poesia leggera e agile, con richiami e citazioni a volte trasparenti (spicca fra queste il “ratto s’apprende” del v.), altre volte vicina ai modelli cari allo scrittore e profondamente rielaborati. Le frequenti similitudini, che si protraggono per più di due versi, a volte per un’intera strofa, fanno riecheggiare alla mente il ricordo degli stilemi omerici.
Non si pensi però che la lettura sia difficile e pesante. Certo, lo stile proprio dei poemi e la particolare forma di narrazione ch’essi costituiscono richiedono una certa attenzione e presenza del lettore, tuttavia l’appendice di chiusura costituisce una bussola orientativa importante tra i nomi e le stirpi forgiati dalla fantasia dell’autore.
Sarebbe interessante, alla luce del complesso e coerente universo fantastico creato da Corselli, leggere un romanzo che sfrutti questo mondo già creato e consolidato, e che sembra pronto e maturo per una scrittura romanzesca, di certo meno “sperimentale e originale”, ma capace di promettere, viste le premesse, grandi esiti letterari. Lo si nota dalla lettura delle Appendici: provate a leggerle dopo aver letto il poema, o anche prima di esso; dentro c’è racchiusa in nuce tutta la storia, che attende solo di essere sviluppata in nuove opere che raccontino ancora di questo originale e riuscito universo fantastico.
 
Titolo: Drak’kast. Storie di draghi | Autore: Fabrizio Corselli | Brossura 220 pp. | Editore: Edizioni della Sera (collana Spade d'inchiostro)

Lavinia Scolari